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Ettore Sottsass

Chi era Ettore Sottsass?
Preparati a conoscere uno dei personaggi più imprevedibili, ironici e influenti del design del Novecento.
Sottsass non era solo un designer. Era un provocatore culturale, un uomo che usava il colore come un’arma e la forma come una risata.

Ha attraversato quasi un secolo di storia, cambiando idea ogni volta che il mondo gliene offriva una nuova. Per lui, progettare non significava solo “rendere funzionale”, ma “dare senso”. O come diceva lui stesso: “Quando non si sa cosa fare, si fa design”.

Ettore Sottsass è nato a Innsbruck nel 1917, figlio di un architetto razionalista. Ha vissuto da dentro l’architettura ordinata e l’ha demolita con ironia. Dopo la guerra, ha iniziato a lavorare per Olivetti, e lì è diventato una leggenda.

Ecco alcuni aneddoti poco conosciuti su di lui:

La macchina da scrivere che odiava gli uffici
Quando nel 1969 disegnò la Valentine per Olivetti, disse che non voleva creare una “macchina da scrivere”, ma un oggetto da usare sul divano o al bar. Voleva che la gente smettesse di associare il lavoro alla noia. “La Valentine”, disse, “non è fatta per gli uffici, ma per gli amori”.

Il viaggio che gli cambiò la testa (e la tavolozza)
Nel 1961 andò in India e tornò sconvolto. Disse di aver visto “un mondo in cui anche la miseria era colorata”. Da allora, i suoi oggetti si riempirono di rossi, turchesi e verdi che sembravano presi da un tempio hindu. L’esperienza lo portò a rifiutare l’idea occidentale di design freddo e funzionale.

Il giorno in cui nacque Memphis
Nel 1981, durante una riunione a casa sua a Milano, mise su un disco di Bob Dylan. La canzone era “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again”. Mentre il vinile girava, qualcuno propose quel nome per il nuovo collettivo di design che stava nascendo. E così nacque Memphis: un gruppo di creativi che voleva rompere tutte le regole del buon gusto.

Il designer che non amava il design
Sottsass si prendeva gioco del suo stesso mestiere. In un’intervista disse: “Non mi interessa fare cose belle. Mi interessa fare cose che parlano di vita, di erotismo, di morte.” Aveva un talento raro: dire la verità senza smettere di far sorridere.

Il rapporto con Olivetti e la poesia delle macchine
Negli anni ’50 e ’60, fu consulente per Olivetti. Non solo disegnava oggetti, ma scriveva testi per le brochure e scattava fotografie per capire “come una macchina vive nel mondo”. Per lui una calcolatrice o un computer avevano un’anima. Era convinto che anche gli oggetti più tecnici dovessero emozionare.

Il fotografo segreto
Pochi sanno che Sottsass scattava fotografie compulsivamente. In 12 giorni in Sud America ne fece quasi duemila. Gli piaceva fotografare muri scrostati, insegne, templi, e ogni cosa che raccontasse una storia non detta. Parte di quel materiale oggi è conservato al Centro Pompidou.

L’ironia di chi non si prendeva sul serio
Quando un critico gli chiese se il suo design fosse “postmoderno”, rispose: “Postmoderno? Forse. Ma io non so neanche cosa sia il moderno.”
Era la sua maniera per dire che il design, come la vita, non va preso troppo sul serio.

Sottsass ha lasciato opere iconiche come:

    • La Superbox (1966): un armadio verticale a righe che sembra un totem più che un mobile.
    • Il Carlton (1981): una libreria a zig-zag, manifesto dell’anti-funzionalismo.
    • La Valentine (1969): rossa, leggera, portatile. Una macchina da scrivere pop che ancora oggi incanta.

Ma più di tutto, ha lasciato un’idea: il design può essere un modo per raccontare la vita, con ironia, passione e disordine.

Se vuoi capire il suo spirito, leggi Ettore Sottsass and the Poetry of Things di Deyan Sudjic (Phaidon, 2015) o Ettore Sottsass di Philippe Thome (Phaidon, 2014).
E se passi da Milano, fermati davanti alla vetrina del suo studio in via Pontaccio. Ancora oggi, sembra che da un momento all’altro lui possa uscire con un sorriso ironico, una camicia colorata e una nuova idea per distruggere il design “serio”.

Vuoi capire davvero Sottsass? Guarda un suo oggetto e chiediti: “Questo mi fa sorridere?”
Se sì, hai capito tutto.

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